“COSA C’E’ DI MIO?”

Era lì, immobile, lo sguardo perso nel vuoto e le mani in grembo.

“Dimmi cos’hai. Cosa ti succede?”

Rumore, solo rumore.

Emily sentiva, ma non ascoltava, non ne era più in grado… Non riusciva più ad ascoltare se stessa; come poteva ascoltare qualcun altro?

In pochissimo tempo, gli occhi si riempirono di lacrime, la testa incominciò a pulsare e il respiro le mancò.

E finalmente rispose: “Non ho niente.”

Come un gatto fermo in mezzo a una strada, bloccato e incapace di avanzare o retrocedere di fronte a un pericolo imminente, così anche noi, fragili esseri umani, ci fermiamo.

Restiamo immobili, con lo sguardo rivolto all’enorme vastità del vuoto, di quel “niente” pronunciato flebilmente e del tutto rimasto taciuto.

Il pugno di Josh colpì il tavolo ed Emily tornò brevemente in sé.

“Basta, basta! Così non va bene!!”

“Lo dico per te, dai, per favore dimmi qualcosa! Se non a me, a qualcuno! Sto iniziando a preoccuparmi!”

“Perfetto, proprio quello mi serviva!” pensò egoisticamente lei.

“Un’altra manciata di senso di colpa!”

“No, non ti devi preoccupare! Davvero, ho solo bisogno di sfogarmi e piangere è un modo per farlo, tutto qui… Non devi stare in pensiero! Sì, mi sta succedendo spesso ultimamente, ma sono stanca; tra il lavoro e mia madre, non so più dove sbattere la testa…”

In parte era vero, ma Emily sapeva di non essere del tutto sincera.

C’era dell’altro, pensieri con radici profonde, così profonde che la luce del sole per loro era un miraggio. Come poterli esprimere?

Come esprimere quel terrore, quell’improvvisa consapevolezza che ti dice che c’è qualcosa che non va? Quell’ansia che ti assale quando, dopo tanto conformismo tra i vari ruoli che la famiglia, il lavoro e la società ti impongono, non sai più chi sei veramente, se stai facendo la cosa giusta e in che direzione ti stai muovendo?

Soprattutto se, da quando sei al mondo, hai imparato a sopravvivere, ma non a vivere.

Se hai imparato che per schivare la rabbia di tua madre devi reprimere la tua, per avere attenzioni da parte di tuo padre devi obbedire alle regole, o che per farli contenti entrambi devi andare bene a scuola, magari, perché no, finire all’università!

Nessuno si è laureato in famiglia! Saresti la prima!

Ci renderesti così orgogliosi!

Scegli un percorso senza scelta, fai dietrofront perché

Non ce lo possiamo permettere”, vai a trovarti un lavoro qualsiasi per costruirti una vita o semplicemente per stare al mondo, indossa poi una maschera tutti i giorni per evitare un licenziamento o per attendere un qualche riconoscimento.

“Ma che vita è?”

E all’improvviso è fatta.

Sei sopraffatta, ti senti con l’acqua alla gola.

Sei talmente piena di maschere, indossate l’una sopra l’altra, che non riesci più a respirare.

Non riesci più a trovare il tuo vero volto, o magari lo trovi e non ti piace per niente.

Perché non lo senti più.

Non lo senti più tuo.

Non senti più.

Cosa c’è di mio?

E rispondi:

Non ho niente.”

Una replica a ““COSA C’E’ DI MIO?””

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Qui scriverò per sfogarmi, per accontare dei miei viaggi, di film, libri e tutto quello che mi passa per la testa.

Ma vi avverto, c’è molto traffico nel mio cranio ;)

Buona lettura!

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